* PARTE TERZA

 

Un successivo modello, sviluppato nel 2007 dalla Work Foundation sposta ancora una volta il punto di vista, proponendo nuovamente una lettura a centri concentrici, ma differenti da quelli proposti dal KEA. Al centro infatti non ci sono più le arti ma il “core creativo” che ingloba tutte le forme di produzione originale. Segue il cerchio delle industrie culturali che hanno come obiettivo quello di commercializzare i prodotti creativi che producono. Infine, ultimo cerchio quello delle industrie creative che producono prodotti originali (come nel “core”) commerciabili e che abbiano una specifica funzionalità.

L’importanza di questo nuovo modello sta nel fatto che - focalizzandosi sulla produzione, la commercializzazione, la distribuzione e la funzionalità dei prodotti creativi - sposta l’attenzione dal concetto di creatività (spesso labile e facile a fraintendimenti o generalizzazioni) a quello di “valore espressivo”, insito nei prodotti e nei servizi creativi.

La Work Foundation definisce il valore espressivo come “every dimension (in the realm of the ideas) wich, in its broaded sense, enlarges cultural meaning and understanding”. In questo senso, la definizione generale di “valore espressivo” incorpora elementi come il valore estetico, il valore spirituale, il valore sociale, il valore storico, il valore simbolico e il valore dell’autenticità (Thorsby, 2001).

È dunque evidente come il concetto di “valore espressivo” si adatti maggiormente al comparto culturale che, da questa prospettiva, si avvicina per la prima volta significativamente al settore del wedding che di questi valori è naturale portatore. Quel che però allora sarà interessante verificare, sarà come questi valori intrinseci nell’idea di matrimonio, si declinino nelle espressioni creative e commerciali (e di conseguenza economiche) che lo disegnano e definiscono.

Lo studio The Creative Economy Report commissionato dall’United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD) nel 2008 fa un’ulteriore distinzione fondamentale nella classificazione e nell’analisi delle ICC. Questo report infatti considera la creatività non attribuibile solo alle attività prettamente artistiche, ma a tutte quelle attività economiche che producono beni ad alto contenuto simbolico e che hanno uno sviluppo connesso ad elementi di proprietà intellettuale. Il rapporto è originale soprattutto perché definisce alcune linee guida interpretative delle ICC: il ciclo di creazione, produzione e distribuzione di beni e servizi che utilizza la creatività e il capitale intellettuale come input primari; il set di attività “knowledge-based” focalizzate ma non limitate alle arti, che potenzialmente generano profitto dal commercio e dai diritti di proprietà intellettuale; prodotti tangibili e servizi intellettuali o artistici intangibili con contenuto creativo, valore economico e obiettivi di mercato; il bivio tra i settori dell’artigianato i servizi e l’industria.

Nello specifico, l’UNCTAD raggruppa le ICC in quattro aree, all’interno delle quali si inseriscono altre sottoaree: il patrimonio (nel quale si inseriscono anche le espressioni culturali tradizionali e i siti culturali); le arti, intese come industrie basate su arte e cultura (che comprendono arti visive e spettacolo dal vivo); i media, ossia le industrie che hanno lo scopo di produrre contenuto creativo per il consumo di massa (editoria e audiovisivi); le creazioni funzionali, ovvero le industrie che forniscono beni e servizi che hanno un forte contenuto simbolico ma anche un grande valore funzionale (design, new media, servizi creativi di vario tipo come architettura e pubblicità).

Se anche alcune attività creative del wedding possono rientrare nelle prime tre aree, quella che più calza con questo comparto produttivo è certamente la quarta che affianca significativamente i due concetti che definiscono completamente l’industria matrimoniale: valore simbolico e funzionalità

 

* CONTINUA...

 

Riferimenti bibliografici
Terry Flew, The Creative Industries – Culture and Policy, SAGE, 2012
Lauso Zagato, Marilena Vecco, Le culture dell’Europa, l’Europa della cultura – Economia e management della cultura e della creatività, Franco Angeli, 2011

Photo by mamastudiowedding.com

 

 

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