* PARTE SECONDA

 

Ai limiti sia del DCMS che del KEA (visti qui) nella classificazione delle industrie creative della wedding economy, pone in parte rimedio il modello NESTA del 2006 che cambia le premesse (qualità dei prodotti) e organizza le ICC in base alle condizioni in cui si genera profitto. Questo approccio, più coerente con la materia in esame, mette in luce le sfumature del settore e dimostra quanto le industrie creative siano stratificate e intrinsecamente differenti tra loro.

Il modello NESTA propone di classificare le industrie creative in quattro gruppi: “creative service providers”, “creative content producers”, creative experience providers”, “creative original producers”.

Questa suddivisione mette subito in evidenza un punto cruciale ed efficace nella definizione delle industrie matrimoniali: la differenza tra “producers” (produttori) e “providers” (fornitori). 

I professionisti che vendono un prodotto o mettono le loro competenze a servizio dell’evento matrimonio sono comunemente considerati fornitori. Qualunque cliente, ma anche qualsiasi fiera o magazine di settore classifica così, in modo estremamente generico, tutta la filiera: dal catering al fioraio, dal pasticcere allo stilista che crea l’abito della sposa.

Se però facciamo rientrare gli imprenditori creativi del wedding nel sistema di classificazione e analisi delle ICC è necessario distinguere e separare le competenze, proprio come fa il NESTA, tra fornitura e produzione. Stabilendo come punto di confine tra le due, l’output finale.

Il modello del 2006 stabilisce quattro output: servizi, esperienze, contenuti, prodotti creativi originali. I primi due riferiti alla categoria dei “providers”, gli ultimi due a quella dei “producers”.

I fornitori di servizi, secondo il NESTA, sono coloro che fanno business applicando la proprietà intellettuale ad altri business (agenzie pubblicitarie, consulenti di design, architetti, new media).

I fornitori di esperienze invece vendono al consumatore il diritto di fare esperienza di attività o di luoghi, in un particolare tempo e spazio (teatro, opera, danza, promozione musicale, ma anche sport, festival, promozione turistica…).

Tra i produttori di contenuto si inseriscono quelle attività che investono capitali per produrre output (proprietà intellettuali protette) che vengono poi distribuiti al pubblico/consumatori. Il profitto di queste attività è frutto di un mix di vendita diretta, pubblicità e sponsorship (sviluppo software e videogames, etichette musicali, industria cinematografica e televisiva, compagnie teatrali, case editrici di libri e giornali, aziende di moda/fashion designer).

Infine, i produttori di output creativi originali sono coloro che creano, producono e vendono artefatti fisici il cui valore deriva dall’intrinseco valore culturale o creativo, dall’esclusività e autenticità. Non prodotti di massa, dunque, ma pezzi unici, limited edition ecc (arti visive, artigianato, designer-makers).

Seguendo questa classificazione e spostando leggermente alcuni parametri, si potrebbero raggruppare – e in modo più esauriente e completo rispetto al modello KEA e al DCMS - anche le attività creative che ruotano intorno al matrimonio.

Tra i produttori di output creativi originali si possono inserire gli artigiani, i wedding designer, i sarti, i flore designer, i food e cake designer, i graphic designers e tutti coloro che producono prodotti, allestimenti, decorazioni e altri artefatti creati ad hoc per ciascun matrimonio.

Possono essere invece considerati produttori di contenuto fotografi, video maker, wedding storyteller e tutti coloro che si occupano di giornalismo ed editoria di settore.

Fornitori di esperienze sono invece quei professionisti che si occupano dell’intrattenimento durante il matrimonio (anche se, nel contesto del matrimonio, si potrebbe dire che qualunque espressione produttiva e creativa compete alla costruzione generale di “un’esperienza totale”, che è l’evento delle nozze, appunto).

Infine, grazie a questo modello, trovano un loro posizionamento anche tutti i fornitori di servizi: wedding planner, destination wedding, location manager, turismo e accoglienza, digital services, networking.  

È chiaro, a questo punto, come questo modello calzi meglio di altri precedenti al settore matrimoniale, anche e soprattutto perché più orientato alle prospettive economiche e industriali per definizione proprie a questa filiera, che - come già ricordato - non ha senso di esistere se si prescinde dal suo valore commerciale, dal mercato e dalle performance economiche. 

* CONTINUA...

 

Riferimenti bibliografici
Terry Flew, The Creative Industries – Culture and Policy, SAGE, 2012
Lauso Zagato, Marilena Vecco, Le culture dell’Europa, l’Europa della cultura – Economia e management della cultura e della creatività, Franco Angeli, 2011

Photo by mamastudiowedding.com

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