Negli ultimi decenni tanti sono stati gli studi e i modelli che hanno tentato di analizzare, definire e classificare le industrie culturali e creative (ICC), con l'obiettivo di verificare e quantificare le performance economiche di questo settore.

Ciascun modello ha tentato di inquadrare le ICC focalizzando l'attenzione da un lato sul contesto socio-economico, dall'altro sui concetti stessi di cultura e creatività. Partendo però sempre da una premessa comune che attribuisce alcune caratteristiche specifiche alle attività culturali: 
_ presentano qualche forma di creatività nella loro produzione;
_ creano e comunicano un contenuto simbolico;
_ il loro prodotto implica, almeno in parte, qualche forma di proprietà intellettuale (Vecco, 2012).

Questi modelli e queste fondamentali premesse, pur non garantendo una lettura definitiva, possono essere utili in questa fase della ricerca per inquadrare e definire anche le industrie creative del wedding
Per capirne il posizionamento nel mercato e le economie esistenti e potenziali, ma sopratutto per analizzare le forme in cui si manifestano ed esprimono, siano esse creative (come già è) o culturali (come potrebbe essere). 

  

* PARTE PRIMA

Il Creative Industries Mapping Document (DCMS), stilato nel Regno Unito nel 1998, introduce il concetto di industrie creative definendole “activities wich have their origin in individual creativity, skill and talent and wich have potential for wealth and job on creation through the generation and exploitation of intellectual property”.

Il DCMS considera queste attività: pubblicità, architettura, arte e antiquariato, design, artigianato, fashion design, film e video, giochi elettronici, musica, performing arts, editoria, software e computer service, tv e radio.

Questa definizione però, fornendo una semplice lista di attività, rischia di essere limitata e limitante. Qualunque attività infatti presenta nel suo svolgersi forme di creatività, competenze e talento e qualunque prodotto ingloba componenti intellettuali e proprietà simboliche (Bilton e Leary, 2002). Si tratta inoltre di una lista per certi versi troppo inclusiva, perché non distingue le diverse competenze e specificità di ciascun comparto ma al contempo anche esclusiva, perché non ingloba settori che invece andrebbero inclusi come il turismo o il patrimonio (Flew 2012).

Ma nonostante questi limiti, la definizione fatta dal DCMS ha il pregio di introdurre un concetto cruciale: le industrie creative così accorpate e definite, mostrano un allineamento tra policies culturali/creative e policies economiche, specificando quanto questo comparto produttivo sia cruciale nella creazione di valore economico (posti di lavoro, indotto, export…).

Il DCMS naturalmente non prende in considerazione le attività del settore del wedding (quelle già elencate qui), ma sottolineando in generale la centralità dei fattori economici come strumenti di lettura delle professioni creative, permette di far rientrare anche questa nicchia di mercato nella sua classificazione.

Il matrimonio è infatti per definizione un comparto economico visto che i prodotti e servizi che produce esistono solo in funzione del fatto che verranno venduti. Che si tratti di un mercato “di massa” (l’industria degli abiti da sposa, per esempio) o “taylor made” (i servizi personalizzati sulla singola coppia) e a prescindere da fattori estetici, simbolici, sociali ecc, tutto ciò che si crea per un matrimonio è commerciale e commerciabile.

È però evidente come questi prodotti e servizi siano necessariamente frutto di un processo che mette in campo creatività, competenze e talento, così come stabilisce il DCMS.

Ma come per le industrie creative tout cour, la definizione del DCMS presenta dei limiti interpretativi, anche qualora la si applichi all’industria del matrimonio.

Questa classificazione così generica infatti non permette di distinguere e diversificare gli ambiti in cui si muovono gli operatori del matrimonio, di definire le differenti competenze né tantomeno i diversi output prodotti. Inoltre esclude alcune professioni fondamentali come il wedding planner o ancora tutte quelle attività legate al turismo matrimoniale.

Una successiva classificazione delle industrie creative e culturali, proposta nel 2006 dallo studio L’economia della cultura in Europa (KEA), pur entrando più nel merito delle specifiche aree produttive, non colma ancora le lacune presentate dal DCMS per quanto riguarda l’industria del wedding.

Questo modello – che innanzitutto distingue tra settore culturale e settore creativo - procede per cerchi concentrici e pone suo al centro il “core arts field” (arti visive, performing arts, patrimonio). Queste attività sono tipicamente non industriali e pertanto difficilmente si potrà inserire (almeno allo stato attuale delle cose, anche se questa ricerca vorrebbe proprio dimostrare il contrario) in questo “core” qualsiasi attività matrimoniale (anche se il KEA inserisce qui la fotografia che è certamente attività centrale nell’industria del wedding. È però evidente come si tratti di approcci diversi al lavoro fotografico. Se nell’ottica dell’art field la fotografia è intesa come pratica artistica e dunque libera da vincoli e delimitazioni, nel wedding resta sempre e comunque un prodotto commerciale soggetto a stretti confini di rappresentazione e narrazione e va dunque spostata da qui ad un altro cerchio di riferimento).

Il primo cerchio proposto dal KEA ospita le industrie culturali intese come attività industriali che hanno come output prodotti per il consumo di massa come film e video, televisione e radio, videogiochi, musica, editoria. In questo cerchio si possono già inserire a pieno titolo molte attività del wedding: innanzitutto la fotografia che come abbiamo visto ha nel matrimonio un approccio commerciale, il video, i programmi televisivi e l’editoria di settore.

Segue un secondo cerchio, dedicato alle industrie creative: il design, la moda, la grafica, l’advertising, l’architettura. In questo caso le industrie del wedding rientrano perfettamente nella classificazione, essendo in larga parte basate proprio su applicazioni del concetto molto ampio di design: il wedding design in primis, ma poi anche flower design, fashion design, food design, graphic design e via dicendo.

L’ultimo cerchio esterno proposto dal KEA è una sorta di grande incubatore di attività che non trovano un preciso posizionamento nei cerchi precedenti, ma che hanno comunque elementi di contatto con le industrie creative e culturali e sono pur sempre basate sulla produzione di contenuto. Vengono definite industrie connesse e comprendono la produzione di computer, la telefonia, internet ecc.

In questo gruppo si possono inserire le attività del wedding legate al digitale come app, online services e simili. Si tratta comunque, nella stessa economia matrimoniale, di attività marginali e forse ancora non sufficientemente sviluppate.

Ancora una volta però, a rimanere escluse dalla classificazione sono le attività a confine tra creatività e management (wedding planning) o legate al turismo e al networking

* CONTINUA...

 

Riferimenti bibliografici
Terry Flew, The Creative Industries – Culture and Policy, SAGE, 2012
Lauso Zagato, Marilena Vecco, Le culture dell’Europa, l’Europa della cultura – Economia e management della cultura e della creatività, Franco Angeli, 2011

Photo by mamastudiowedding.com

Comment