Se l’impianto grafico e strutturale dell’”oggetto narrativo della ricerca” si delineerà automaticamente nel momento in cui la materia grezza inizierà a prendere una forma più o meno chiara e lineare (anche se chiarezza e linearità non sono necessariamente un obiettivo di questo processo) e ad autodefinirsi come qualcosa (magazine?) o qualcos’altro (?), è per me impossibile lavorare - anche a una serie di appunti e frammenti - senza passare per la scelta di immagini che completino e allarghino il potenziale del racconto.

Ho già definito il mio lavoro curricolare come un effetto di rimbalzo da un linguaggio all’altro per generare un oggetto finale di comunicazione. Questa ginnastica mentale del rimbalzo e del rimando, si nutre però in particolare di immagini che possono arrivare da qualsiasi luogo e qualsiasi tempo. Dalle riviste di moda, architettura, design o cucina; dalla televisione o dal cinema; dalla forma di un libro o dal disegno della sua tipografia; dall’arte classica o dall'invito ad una festa; dalla grafica contemporanea alle forme arcaiche del collage; da un album fotografico di famiglia o dalla pubblicità; dalla strada o dai social network.

In questi mesi di sguardo sempre pronto a cogliere suggestioni per questo progetto, mi sono inevitabilmente relazionata con frequenza alle immagini fotografiche del matrimonio.  Ma il disordinato meccanismo dell’archiviazione che metto istantaneamente in atto e che non mi garantisce continuità né puntualità, mi ha portato a rimbalzare, ancora una volta, tra mondi diversi, lasciando che l’immagine di una sposa portasse a un dipinto settecentesco per planare liberamente su un’illustrazione di Laurina Paperina.

È grazie a questo saltare da un "qui" a un "lì" inatteso che ho incrociato il lavoro fotografico di Beatrice di Mama Studio Wedding | Documentary Photography. Beatrice è indiscutibilmente fotografa di matrimoni. Ma nelle sue immagini ho trovato i miei stessi movimenti rotatori e circolari che spostano il suo sguardo dal centro del matrimonio ad altri centri periferici e bellissimi [perché in fondo, non è realmente di wedding che questa ricerca vuole parlare, ma piuttosto di un certo approccio alla creatività e sopratutto all'arte e alla sua cura, applicata o applicabile - questo sì - al matrimonio]. 

Il mio linguaggio – è Beatrice a parlare - cerca di strizzare l’occhio alla fotografia matrimoniale di impronta anglosassone che oggi è tanto di moda, ma alla base della mia ricerca c'è uno sguardo alla fotografia d'autore, alla maniera di Martin Parr, non tanto nell’aspetto della denuncia sociale, quanto più nel modo di ritrarre, nelle pose, nell’uso dei colori e nell’attenzione ai dettagli. Paradossalmente, se potessi, fotograferei non le coppie e i loro "si", ma tutto quello che c'è intorno. Quel "piccolo mondo" che ruota intorno agli sposi, dai camerieri, anche loro parte integrante di quel giorno, a quelli che fanno il piano bar, dai nonni che rispolverano il completo anni ‘70, agli outfit spesso anche assurdi degli invitati…”

Così, se il contesto in cui Beatrice fotografa (e dal quale arrivano tutte le immagini qui pubblicate) è definitivamente quello di un matrimonio, la storia che ne emerge, racconta ben altro.

E questa alterità - che deriva dalla materia prima della mia ricerca, il matrimonio, ma la interpreta attraversando significativamente le forme dell’arte e della comunicazione visiva – è l’espediente che ho scelto per accompagnare questo mio virtuale quaderno di appunti. Nell’attesa che si riveli per quel che sarà. 

 

Photo mamastudiowedding.com

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