Il dibattito sulle industrie creative e culturali (ICC) è da più di un decennio particolarmente vivace in Europa. La loro importanza nel contesto politico-economico europeo è ormai accertata, tanto da considerlarle “uno dei campi più promettenti della politica economica moderna” (Tröstrum, 2004). 

Come siano definite o definibili le ICC, quali siano le classificazioni possibili e quali i punti di contatto o di distanza tra loro, sono alcuni dei temi più discussi e analizzati dai tanti studi in materia. Quello che però ora mi interessa osservare non è tanto il contesto globale legato alle industrie creative, quanto piuttosto capire se e come si possa inserire in questo contesto la specifica nicchia di mercato del matrimonio.

Prima di addentrarmi nello specifico dell’analisi dell’applicabilità dei modelli teorizzati per le ICC alle professionalità che si muovono nel contesto competitivo della wedding economy, è necessario definire e schematizzare queste “maestranze” inserite in una così specifica filiera, delinearne il DNA, stabilirne le competenze e infine verificarne l’effettiva appartenenza al sistema dell'“industria creativa”. 

Partendo da una premessa che semplifica, in questa fase, la definizione di industrie creative, considerandole "quelle attività che hanno origine nella creatività nelle competenze e nel talento individuale" (la prima definizione di ICC fatta nel 1998 nell'UK Creative Industries Mapping Document), si possono delimitare 8 macro aree nel mercato creativo del wedding:

1_ documentazione: fotografi, video maker, wedding reporter, storyteller (autori che scrivono e vendono agli sposi una sorta di romanzo che racconta il matrimonio).

2_ editoria di settore: dai magazine cartacei ai web magazine, passando per canali televisivi tematici o trasmissioni dedicate, per arrivare ai più nuovi blog e progetti narrativi che si sviluppano esclusivamente sui social network.

3_ design e artigianato: flower designer, food e cake designer, fashion designer, crafter, graphic designer, illustratori. A queste figure abbastanza classiche, oggi definite con nomi più moderni e accattivanti (che però specificano anche alcune differenze sostanziali con il passato, come vedremo), si posiziona una figura che invece è realmente piuttosto nuova, soprattutto in Italia: il wedding designer. È lui quello che disegna l’intero design del matrimonio (allestimenti, decorazioni, stationery ecc) coordinando tra loro tutti i singoli elementi.

4_ attività del digitale: app, servizi per la creazione di siti matrimoniali, liste nozze online…

5_ organizzazione e management: le attività condensate nella figura del wedding planner che fa da aggregatore e catalizzatore di competenze, sia pratiche che creative.

6_ turismo: destination wedding (organizzazione di matrimoni “lontano da casa”), location management (che gestisce per ospiti lontani le varie location matrimoniali) e tutte le varie professionalità dell’accoglienza specializzata nel matrimonio (hotellerie, ristorazione...).

7_ networking: wedding buyer (figura di mediazione tra domanda e offerta, tra organizzatori e fornitori) e fiere di settore

8_ intrattenimento: musica, performance, baby sitting...

Da questa prima mappatura risulta chiaro come la maggior parte  delle attività imprenditoriali del settore wedding siano generate da processi creativi piuttosto che culturali. Ad oggi il matrimonio non è ancora mai stato concepito come potenziale luogo di applicazione del pensiero culturale, non è mai stato (in modo sistematico e verificabile) associato - ad esempio - all'arteòp come possibile strumento narrativo, né è mai stato considerato piattaforma di sperimentazione ed espressione per gli operatori culturali.
Resta dunque aperto uno spiraglio in cui infilarsi per sviluppare nuovi possibili business che spostino definitivamente l'industria del matrimonio all'interno della più ampia definizione di industria creativa e culturale. 

Photo mamastudiowedding.com

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