Le prime questioni che mi sono posta nel momento in cui ho iniziato questo progetto di ricerca, sono state di due tipi: da un lato le questioni di “metodo”, dall’altro di “materia”.

La materia è indubbiamente il matrimonio. Ma se all’apparenza è una materia solidificata in un tempo e in uno spazio precisi, in una radicata fenomenologia dello stereotipo culturale ed estetico, in immaginari patinati e granitiche convenzioni, a ben guardare si vedrà che si tratta invece di una materia stratificata e complessa.

A determinarne la complessità, in questa specifica idea di ricerca è innanzitutto il punto di vista. Se infatti ad oggi la maggior parte degli studi si sono concentrati sul matrimonio vissuto e percepito dal punto di vista degli sposi, quello che interessa me è il punto di vista di quei professionisti che – per gli sposi – costruiscono la narrazione matrimoniale, sviluppano il management dell’evento, disegnano le estetiche, delineano i confini tra ciò che potrebbe essere e ciò che, infine, è.

Questi professionisti, e arrivo così velocemente al punto, sono a tutti gli effetti imprenditori creativi. Che dunque, a pieno titolo, possono per la prima volta entrare nel dibattito intorno a questo tema sempre più cruciale nelle visioni e strategie politico-economiche degli ultimi decenni. 

Si tratta di guardare tra le righe di un processo, piuttosto che a un risultato. Gli sposi allora diventano clienti/utenti, funzionali in questo senso all’oggetto della ricerca; l’evento matrimonio diventa prodotto e il professionista che lo crea e vende, il nucleo primario di un’analisi che vorrebbe spostare il baricentro da un “qui-e-ora” a un “attraverso”. Strizzando l'occhio a nuove possibili professioni trasversali, capaci di mescolare competenze e linguaggi (come quello dell'arte contemporanea), in una contemporaneità che solo nell’ibridazione e nella transettorialità trova i suoi sviluppi migliori.

Le questioni metodologiche sono state ancora più stringenti e articolate perché il mio DNA professionale non è propriamente quello del “ricercatore” in senso classico (qualunque cosa questa definizione significhi).
Il mio lavoro infatti, è piuttosto “di produzione e applicazione” e si inserisce nelle pratiche dell’imprenditoria creativa, più che in quelle del suo studio. Per questo mi preme, in questo particolare contesto, sviluppare un personale metodo di ricerca, che soddisfi da un lato le richieste e le premesse accademiche ma che dall’altro metta a frutto le mie specifiche competenze e conoscenze (basate peraltro su studi prettamente umanistici).  

Per meglio definire ciò che faccio, potrei dire che mi occupo di direzione artistica e curatela di prodotti editoriali. In parte lavoro su progetti indipendenti (tendenzialmente “miei”), in parte per clienti e aziende che a me chiedono di creare linguaggi e strumenti per comunicare prodotti e servizi. La finalità, dunque, è strettamente narrativa da un lato e puramente commerciale dall’altro. In entrambe i casi, però, quel che conta nel mio personale approccio è la capacità di “vedere” le cose spostando i punti di vista ("culture based thinking") e cercando di trovare di volta in volta il modo giusto per comunicarle all’esterno, in modo attrattivo e possibilmente inedito. Questo è anche quanto vorrei tentare di fare con questo lavoro accademico.

La prima fase di applicazione del mio metodo alla ricerca è stata di osservazione e di studio (della letteratura sulle industrie creative, sulla creatività tout cour, sul fenomeno matrimonio…). Il meccanismo applicato è simile a quello che sta alla base del funzionamento di pinterest: partendo da una "parola chiave" e da una "domanda", si genera un riflusso di contenuti, immagini, concetti e riflessioni che si spostano a rimbalzo da un luogo ad un altro seguendo una linea più o meno coerente. E nel procedere progressivo si sposta definitivamente il baricentro, da un punto A ad un punto Z inatteso e imprevisto.

Procedendo in questo modo ho capito, fin dai primi zig zag, che l’unica via per incanalare questo magma di informazioni collegate/scollegate poteva essere l’elaborazione di un processo di lavoro deliberatamente e dichiaratamente editoriale.

Dunque, la mia ricerca si svolge così come fosse (e come poi forse sarà) un progetto editoriale in nuce: un’elaborazione testuale e visiva della materia che per semplificazione linguistica per ora chiamerò magazine. Questa elaborazione, qualunque sia la forma che poi assumerà, si articola per ora proprio come fosse finalizzata alla creazione di un magazine, composto dai tipici elementi strutturali di questo formato (ma slegato dalle tipiche questioni di marketing dell'editoria come commercializzazione, advertising, distribuzione ecc).
In estrema sintesi: un piano editoriale, una testata (The Wedding Enterprise), un’immagine coordinata, un impianto grafico, una serie di rubriche ("tools", gli strumenti della ricerca, "skills" le competenze via via acquisite, "people", i ritratti e le interviste, "spaces", luoghi e spazi visitati...), una lista di personaggi da intervistare, guest contributors, la selezione e produzione di immagini e via dicendo.

Partendo da questa piattaforma mobile - intesa come luogo di sperimentazione e libera convergenza di “appunti” - e dall'idea grezza di “magazine”, il lavoro di ricerca vorrebbe essere, nelle forme e nei contenuti, un esperimento di narrazione che dovrebbe/potrebbe nutrirsi delle sue sole forze, intercettare spettatori in ambiti diversificati e arrivare - forse - lì dove non era atteso. 

 

 Photo by mamastudiowedding.com

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